Giuliano Polverari
fukin'novel'bout Franzesq
(1)
Franzesq aveva un brutto difetto: in pratica: era più forte di lui: non
poteva fare a meno di rompere tutti i patti che sottoscriveva. Questo
suo essere, per così dire, anti-pattico, gli creava non pochi
problemi, specialmente presso le genti il cui dialetto elideva
sistematicamente le doppie (quindi dopie), gente che fondalmente
(cioè per questione fondante) non poteva non trovarlo
antipatico. Come dar torto a questi individui (si cerchi pure il
modo, lo si individui): le questioni grammaticali sono fatalmente
inoppugnabili.
Anche
il suo amico Nome Cognome gli rimproverava questo difetto e l'unica
risposta che ne riceveva ruotava intorno ad una certa mancanza
d'arbitrio ed una fiducia cieca in un destino che prima o poi avrebbe
riscattato entrambi.
-Parli
di riscatto, come se noi avessimo un valore!- ribatteva a volte Nome
Cognome, increspando la spaziosa fronte, adombrata dalle fronde
dell'albero di fronte. Al che Franzesq rispondeva placido -Molto più
di quello che pensi!-, aggiungendo a volte -E molto più di
quello che pensa quel tizio che muove la penna, qui sopra il foglio.-
-Mi fai paura -, rispondeva lui.
-Attento, la paura è la madre dell'abiura!-
-E il padre?-
-Un saraceno di nome Abi, scampato alle crociate. Abi il girovago mise
incinta la paura e poi sparì.
-Certo, questi studi storietimologici che fai sono veramente interessanti.
Sono contento che ogni tanto le università aprano una nuova
facoltà apparentemente inutile per venire incontro al
presente.
-Anch'io,
anche se a volte avrei preferito studi meno stocasticamente
determinanti. A proposito, sai che fine fece Abi?
-Dimmi!
-Se
ne son dette tante, ma così tante che ora siamo certi che Abi
aveva smesso di girovagare per fermarsi in un solo posto: era
diventato un abitante.
Nome
Cognome era sbigottito: -Ma quante ne sai!-
-Tante!
(2)
Sdraiati
sull'erba non esattamente asciutta, i due continuavano a conversare
(contiversavano) con placida mente, ascoltando distratti la musica di
sottofondo, infusa sotto sotto dal nulla a sfatare il silenzio di
sfondo.
-Si
può abbassare un po' il volume?- chiese Franzesq.
-Perchè
mai?- gli si rispose.
-Si
sappia, in fondo in fondo col rumore mi confondo!-
-Si
crede bravo lei? Perchè non si dà al rap? Comunque
abbasseremo un po' il volume.- E la musica dissolse fino a
confondersi cogli altri suoni del mondo. Come in ogni film che si
rispetti, anche qui la colonna sonora era fondalmente importante. Non
che questo fosse un film, comunque. La nostra colonna sonora è
nel più pieno stile dorico, rastremata verso l'alto ma non
scanalata, piuttosto scalinata a chiocciola. Si dice che una formica
che salisse tutta la scalinata non scanalata fino in cima alla
colonna, si troverebbe più in alto che non prima di salire.
-E'
strano questo tuo conversare con l'aria- proruppe Nome.
-Sai
come si dice, è meglio intrattenere l'aria che lasciarla
scappare!-
-E
chi lo dice? Mai sentito dire.-
-Dici?
Lo diceva per certo uno dei miei nonni-, rispose Franzesq indicando
con l'indice il cielo color indaco.
-Indagherò-
chiosò Nome Cognome, rotolando poi lesto verso l'umbratile
ombra dell'albero da fusto, con giusto gusto.
-Eh,
i miei nonni-, sospirava intanto Franzesq, -mi sovviene quella volta
in cui...
(3)
Continuava
ad essere davvero una bella giornata, il sole sferzava di raggi
solari la landa assolata (assolanda), i nostri eroi sdraiati
sull'erba guardavano entrambi verso quel bel paio di cosce che si
avvicinava.
-Ciao
Angie!- esternò Franzesq.
-Ciao
Ariel!- intervenne Nome Cognome, a dar cenno della sua esistenza.
-Ciao
ragazzi!- rispose ad entrambi quella ragazza che erano soliti
chiamare con nomi diversi. Angel (il nome che le daremo noi per
evitare confusione, o per generarne ulteriore) portava a tracolla una
stuoia e alla cintola una stuola di bottigliette da un litro scarso,
di colori diversi, di uguale forma e sostanza e all'apparenza della
stessa consistenza vetrosa.
-Volete
un po' di vodka, ragazzi?- chiese loro Angel.
-Perché
no, Angie? Non so, quindi perché non sì?- arzigogolò
Franzesq.
La
risposta di Nome fu più o meno concisa: -Aahhh sì, un
bel sorso alla pesca!-
Il
ruolo della bottiglietta di vodka alla pesca era però nel
frangente laconicamente secondario, giusto il tempo di una
scrollatina allegorica per lasciar posto alle parole di Angel,
-Cavoli! E' l'unica vuota! Mi son rimaste melone, fragola e menta.-
D'istinto,
guardandola di striscio, Nome non potè che buttarsi sulla
fragola, anche se un minuto più tardi, a mente (menta) fredda,
forse freddata dalla vodka gelata, terminò in privato il suo
processo decisionale propendendo (appunto) per la menta. Ma ormai il
bicchiere era già colmo di liquido rossastro, e bevve.
Nel
frattempo Franzesq aveva terminato la sua prova di oratoria
propendendo per un 'sì' poco accentuato che gli avrebbe
protetto le spalle in caso di sollevazioni popolari.
-E'
veramente terminata quella alla pesca, Angie?- chiese, cercando di
riportare l'attenzione su quella comparsa così in fretta
scomparsa; aggiunse: -Perchè sai, la gente dimentica.-
-Veramente
sì, è terminata- rispose lei, senza degnare la
bottiglietta neanche d'una occhiata.
-Non
t'importa l'intuizione che la gente dimentica?-
-Basta
che non dimentichi di pagarmi, può fare quel che vuole!-
-Ho
proprio voglia di pagarti oggi, Angie, quindi versami un gusto a tua
scelta e brinderò per te!-
Angel
versò, Franzesq bevve, poi pagò, infine Angel salutò
e si avviò verso il prossimo gruppo di giovani gitanti gitani
stesi all'erba (e forse dall'erba).
-Che
bionda,- sospirò Franzesq ammirandone la buonuscita
elegantemente sculettante.
-Che
castana chiara,- puntigliò Nome a sua volta. Guardavano la
stessa figura ma ne vedevano diverse: Angie era bionda, allegra,
estroversa, figlia del sole; Ariel era castana chiara, un po' timida
e sognatrice, figlia della luna. In fondo non ci si stupisce che le
dessero nomi diversi. Quanto a noi, Angel aveva bei capelli lunghi,
di un qualche bel colore, figlia dei fiori, nata dal polline e da
un'ape ballerina. Su pochi punti concordiamo tutti: forse non era
così brava a letto, ma i suoi baci bruciavano per giorni, e di
certo il suo nome iniziava per 'a'.
(4)
-Non
sono un buono- s'autodefinì Franzesq con fare definitivo.
Nome
Cognome lasciò fare, cambiando discorso: -Che mi dici di ieri?
-Ero
in strada con Rino, girammo tondo fino al pranzo, che pranzammo in
via Manzoni prendendo un branzo di manzo a portar via. Puoi capire,
aveva un odorino che mi ricordò il vecchio otorino. Dopo
branzo, ehm cioè dopo pranzo, saluto Rino e vado a trovare
l'otorino, scusando un controllo. Mi dice 'cosa la porta qui?'. 'In
verità, un odorino', gli rispondo. 'Si tratta allora delle vie
respiratorie. Respiri forte e dica tutto ok'.
Lo faccio e lui riprende 'ha ragione lei, non c'è niente che
non vada'. 'E allora?' gli faccio io. 'Per l'appunto, vada!' e mi
congedò con cotanto cordoglio, proprio così mi
condogliò.
-Che
giornata bislacca!- fece Nome senza far nomi.
-Io
direi trislacca, a sentire la terza cosa che successe: condogliato
dall'otorino, decisi di tornar da Rino; mi incammino per vie e
traverse e quasi inciampo nell'arrotino, suppergiù al tramonto
e soprattutto all'incrocio, finendo sottosopra, persino, per non
lasciarmi arrotare. Lui si scusa e mi propone il baratto di una ritta
arrotata al tritacarte per un barattolo di carabattole e tre carote
incartate: corretto, rinunciai al baratto e gli augurai una cataratta
mentre me ne tornavo ratto a casa, senza più passar da Rino.
-Che
giornata trislacca!- fece Nome, com'era ormai d'uopo.
-Lo
dico anch'io, m'è valsa ben tre lacche!-
(5)
Nome
Cognome, Nomignolo per gli amici, capì di esser capitato nel
quinto capitolo ed aprì le danze lamentandosi della sua
ragazza: -Le cose vanno sempre peggio con Qwerty, non la sopporto
più.-
-C'è
di peggio,- fece Franzesq, -io sono sempre solo come uno stronzo...-
-...
per non parlare del tizio che racconta la storia,- rimarcò
Nomignolo, -a quello ormai non gliela danno neanche in sogno...-
E'
brutto rendersi conto di non ricevere rispetto neanche dalle proprie
fantasie. A quel punto il cielo di coprì subitaneo di nubili
nubi ed un fulmine improvviso sdraiò Nome a terra come non
avrebbero potuto fare neanche tre anni di Berlusconi al governo
italiano. Le nubi passarono e vennero cento gentili uccellini
celiando certo con parole centellinate circa l'elevare il linguaggio.
-Elevare?
Elevatevi voi dalle scatole!- risposero i due, l'uno punto sul vivo e
l'altro impuntato e sul chi vive. Gli uccellini fecero compassati
cerchio intorno a loro e valorosi volarono via, non prima di aver
scacazzato sberleffi e guano in testa ad entrambi.
(6)
Si
era presto fatto tardi, in quell'allettante buco di prato bucolico,
il sole caliente calava giù lento come una lenza penzola
allentata dalle acque.
I
due si salutarono augurandosi salute e Franzesq s'incamminò
per la strada di casa, perso persino tra pezzi di pensieri mezzi
persi, poi disperse i pensieri nei loro componenti primari, penne e
sieri. Alzò gli occhi al cielo ormai scuro, si curò di
schiarirsi la voce e interrogò il silenzio: -Scusa, posso
chiederti il tuo scopo?-
Le
poche nuvole in cielo si raggrumarono e si scossero, come a schiarire
la voce della volta celeste (a quest'ora, in verità, azzurro
scuro). La volta svelò la voglia di vociare e si immise in
fretta in quello che può essere considerato il dialogo più
importante (o semplicemente il dialogo) del sesto capitolo: -Come no,
al tuo servizio, novizio. Il mio scopo è intrattenere il
pubblico.
-Intrattenere
il pubblico? Che basso intento, non mento, è ciò che
sento.-
-Ognuno
fa ciò che vuole, no?-
-Ognuno,
sì, a parte noi, qui, a seguire le tue fantasie per
'intrattenere il pubblico'! Che sozzeria.
-Non
ti piace fare quello che fai?
-Dirai
quello che TU scegli di farmi fare...
-Secondo
te sto imponendo IO questo dialogo? Sprecherei il tempo in questo
modo?
-Beh,
se piace al pubblico...
-Allora
vuoi litigare! Non vedi che io non c'entro niente con quello che
succede ora?
-Prova
a levare la penna dal foglio e vedremo se non c'entri niente!
-Ok,
la penna è necessaria, è il tuo respiro, l'aria che ti
entra nei polmoni. Ma cosa c'è di male? Anch'io ho bisogno di
respirare aria, per vivere.
-La
tua penna non è soltanto ciò che respiro. La tua penna
è ciò che vedo, ciò che sento, ciò che
faccio. La tua penna è tutto ciò che vivo. Non capisci?
Io non posso scegliere.
-Ti
sbagli. Ti sbagli perché mi sopravvaluti. Tu credi che io
pianifichi la tua vita, mentre invece scrivo di getto, per
ispirazione.
-Per
non prenderti responsabilità.
-No,
per non condizionarti coi miei pensieri. Cerco di tenere la testa
altrove quando scrivo.
-E
intanto qui la mia vita viene decisa da stupidi, fessi, idioti giochi
di parole. Che probabilmente deliziano il tuo colto pubblico.
-Senti,
se non ti va bene facciamola finita qui.
-Cos'è,
ti ho punto? Dove sono finiti, a proposito, i tuoi leziosi lazzi
lessicali?
A
quanto pare questo dialogo sarebbe durato molto più di un solo
capitolo...
(7)
Solstizio
di noi, pensava Nome, mentre Qwerty si imburrava le labbra guardando
altrove e Franzesq rimaneva in strada ad inveire allo scrittore.
Solstizio
di noi, il nostro giorno più corto; non riusciva quasi a
crederlo, vedeva il volto imbronciato di lei riflesso nel vetro e
pensava come solo pochi capitoli prima stava tranquillo sul prato
fraseggiando frasi fatte fra le fratte. Via dalla testa, si impose,
tuttavia non gli riusciva di trovare le parole appropriate.
Lei,
lontanissima, poco più in là attendeva con la testa
piena di pensieri ed un ticchettio continuo che segnava i momenti
sprecati, acuendo le colpe e se possibile i rimorsi; pensava a un
bisogno di pace e solitudine come solo il plenilunio avrebbe potuto,
ma non era nè l'ora nè il giorno.
Solstizio
e plenilunio, e non sapevano che farsene. Quello che c'è e
quello che dovrebbe, col buio intorno come unica costante. Il sipario
cala ben presto sulle loro teste, un manto nero protegge le loro
braci. E' il tempo dei sogni, per noi dall'altra parte, di immaginare
un futuro per queste anime prigioniere nell'abisso del dubbio e
dell'aspettativa. Solo per un attimo, prima di voltare pagina, o due,
indugiando un po' come nei sogni più importanti.
(8)
La
pancetta sfrigolava tristemente nel minuscolo padellino mentre
l'acqua accanto si avviava sonnecchiosamente a ebollizione. Nome
guardava al fornellame con la nostalgia inestinguibile tipicamente
generata dalle microporzioni da single.
La
narrazione proseguiva stanca e piena di avverbi tronfi e
inopportunamente mal posti, era una bigia mattinata senza luna,
proprio come tutte le altre. Il telefono non aveva per niente
squillato, quest'oggi, al contrario della sveglia, assurda
provocatrice in un dormiveglia proficuo e riverito da labili
illusioni.
Dopo
il pasto frugale e amatriciano contornato da un caffè scotto,
Nome si concesse un goccio di sambuca senza la mosca, come incentivo
a scavare e cercare di recuperare dentro di sè qualcosa di più
di quel giullare stanco che agitava spesso le sue membra.
Scavò
e cercò, riportando a galla il ritmo schietto e cadenzato
della Annen Polka, dei tempi in cui scriveva ogni parola in lettere
sovrapposte, esprimendosi con la massima sincerità arrivando
quasi a bucare il foglio, stratificando sempre più
l'inchiostro in una parodia scontata degli ideogrammi cinesi.
Nel
frattempo Franzesq era ancora metaforicamente dietro la lavagna, a
rimuginare sugli esiti del suo sfogo. Attaccare lo scrittore aveva
prodotto nient'altro che un capitolo e mezzo di abbandono, di per sè
accettabile. L'unica vendetta possibile nei suoi confronti era stata
l'indifferenza, sarebbe stato da intuire. Ora, priva del
protagonista, la storia langueva nel limbo che possono capire solo i
pulsanti di pausa dei videolettori, o gli addetti alle moviole.
-Cosa
ho io? Ho una libertà che neanche mi immagino-, blaterava
Franzesq, riempiendo di anidride carbonica l'aria circostante.
Una
libertà che neanche immaginava, la libertà di non
comparire.
(9)
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq ed avrebbe continuato a
farlo finché la narrazione ne avesse beneficiato, cioè
finché lo spirito critico dello scrittore non avesse detto
basta.
-I'm
the stupid entertainer- canticchiava Franzesq incurante delle piccole
frange corrugate che il getto continuo d'acqua iniziava a disegnare
sulla sua pelle.
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq, stando al gioco.
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq, guardando le ore dei
mortali scorrere imperterrite di fronte al suo sguardo
cristallizzato, beato dell'attimo sublime d'immortalità che
solo alle fantasie è concesso vivere.
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq, riferito a tutti i passanti
di questa strada trafficata intenti a misurare il cordoglio, intenti
a valicare ogni accenno di pietà fino al proprio turno
all'appello. Facci vedere cosa sai fare, cittadino tecnologico,
dicevano gli occhi di Franzesq.
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq e si trovò quasi a
ridere, a pensare all'evidente falsità di quella messinscena.
Lui non intratteneva proprio nessuno, perché semplicemente non
appariva; non c'era alcuna immagine da fissare, non si sapeva neanche
il colore dei suoi capelli, cosa vuoi allora che ne importi alla
gente. Allora fece un gesto inaspettato, si passò la mano
all'indietro, lentamente, sui suoi biondi capelli rasati,
costringendo lo scrittore a seguire il gesto tra il compiacimento e
lo sconforto, cioè con un sentire completamente privo di
senso.
-I'm
the stupid entertainer- cantava Franzesq, arrivando al culmine della
noia, guardando la mano stranito come fosse tornata da un lungo
viaggio. Gli venne da ridere, di nuovo, pensando al suo pubblico, ma
ora non per la falsità, quanto per la pazienza regalata alla
speranza, al cercare di cavare qualcosa da parole buttate molto più
che a caso, con studiata negligenza. Rise, commosso, alla banalità
brutale dell'esistere, alla sfacciata solitudine dei pensieri,
all'intemperante presa di coscienza dell'assenza delle cose, e le
invidiò. Mentre le sue labbra cantavano -I'm the stupid
entertainer.